Delusione liberal
Se la Right Nation piange, la base di Obama non ride per niente
La Right Nation si è innamorata tardivamente e senza gran trasporto di Mitt Romney, ma è una base sfilacciata, confusa, orfana di simboli, che guarda nello specchietto retrovisore rimpiangendo l’età dell’oro. Gli eroi del conservatorismo si cercano nel passato o si vagheggiano per il futuro, mentre Sarah Palin celebra il suo tramonto scrivendo libri di fitness.
11 AGO 20

New York. La Right Nation si è innamorata tardivamente e senza gran trasporto di Mitt Romney, ma è una base sfilacciata, confusa, orfana di simboli, che guarda nello specchietto retrovisore rimpiangendo l’età dell’oro. Gli eroi del conservatorismo si cercano nel passato o si vagheggiano per il futuro, mentre Sarah Palin celebra il suo tramonto scrivendo libri di fitness. Anche a sinistra, però, la base non è avvinta da emozioni forti, guarda in faccia Barack Obama e vede soltanto un pallido riflesso di quella grandiosa macchina delle promesse che andava a tutto vapore nel 2008. E in più Romney, lo sfidante nato moderato, cresciuto difensore dell’ortodossia e poi tornato alla moderazione, non suscita sentimenti di disgusto abbastanza forti da ispirare tambureggianti campagne antagoniste. Per la base liberal più pugnace presidente e sfidante sono accomunati da una tiepidezza che non mobilita né in un senso né nell’altro.
Camille Paglia, la femminista antagonista che nel 2008 s’era accodata alla schiera degli intellettuali che sosteneva Obama con parole e opere in nome della fine della guerra e della salvezza del pianeta, ora dice che voterà i Verdi “per testimoniare la mia delusione”. “Se il candidato repubblicano fosse Rick Santorum o Newt Gingrich, voterei e aiuterei Obama, come nel 2008”, dice Paglia in un’intervista a Salon, “ma credo che Romney sia un moderato, come Nelson Rockefeller, che quand’era governatore di New York ha finanziato le università pubbliche che poi mi hanno formato. Romney è un affabile businessman di successo, e ha qualità che sembrano particolarmente adeguate a questi tempi di crisi”. La trinità che per contratto sociale sostiene i candidati democratici – i media, l’accademia e Hollywood – è formalmente coesa attorno alla campagna di Obama, ma se gli antagonisti di MoveOn.org hanno raccolto per Obama 11 milioni di dollari contro i 38 di quattro anni fa, accorpando la loro campagna a quella di uno dei maggiori sindacati per fare massa critica, e se Michael Moore non fa che parlare dei droni mandati da Obama a sganciare missili ovunque, significa che nemmeno l’America liberal è al suo apogeo.
Ben Affleck ha sentimenti “complicati” nei confronti di Obama, il suo ex idolo, e la moglie, Jennifer Garner, gli fa eco. Come centinaia di loro colleghi del jet set sono ancora fedeli elettori di Obama, ma un conto è mettere la croce sulla scheda, un altro è mobilitare le coscienze, far ribollire le viscere della base. Fortunatamente per Obama, in quel di Hollywood c’è almeno Jeffrey Katzenberg, ceo di DreamWorks, che ha fatto piovere circa 7 milioni di dollari. Non altrettanto in forma la campagna dei sindacati, che quattro anni fa aveva dato a Obama 206 milioni di dollari, quasi un terzo dei fondi complessivi, e in questa tornata si fermerà a cifre assai più modeste, effetto della congiuntura economica combinata all’assenza di entusiasmo.
L’analisi dei finanziamenti elettorali suggerisce che Obama ha ancora una fetta importante di piccoli finanziatori, ma l’ambito dei Super Pac, i comitati che raccolgono fondi senza limiti e dove naturalmente dovrebbero confluire i denari della base organizzata, è piuttosto dominato da milionari e corporation. In questo contesto il dibattito di Denver non è stato l’inizio della delusione, ma il suo sigillo, tanto che un blogger straobamiano come Andrew Sullivan ha inveito per una settimana contro il presidente e i “pundit” di Msnbc, terminale naturale dell’America liberal, si sono ritrovati a suggerire alla stella polare di guardare i loro programmi per ritrovare la rotta perduta. E’ per questa congiunzione di delusioni che la responsabilità di riaccendere la base è caduta anche sul vicepresidente Joe Biden e su un dibattito minore improvvisamente diventato decisivo.